L'Ultimo A cena, 2020

Immagine digitale
Variabli

Accade spesso che, durante gli eventi culturali, il pubblico rivela con brutalità la propria vera natura. Basta l’annuncio di un rinfresco perché l’arte diventi un pretesto, un alibi decorativo. La massa si compatta, si spinge, si accalca intorno al cibo come davanti a una mangiatoia. Il pensiero si ritira, l’etica scompare, resta l’istinto. La cultura si dissolve nel bisogno primario.

In quei momenti non esiste più differenza tra spazio espositivo e luogo di sopravvivenza simbolica. Il corpo prende il comando, la fame o il suo vizio diventa linguaggio comune. L’opera è ignorata, tollerata, attraversata distrattamente mentre la priorità è occupare una posizione, afferrare, consumare. Il vernissage si trasforma in una prova di forza silenziosa, un esercizio di egoismo collettivo mascherato da socialità.

L’artista sceglie di non partecipare a questo rito. Rimane distante dal banchetto, osserva, aspetta. Essere l’ultimo A cena non è un gesto di modestia, ma di rifiuto. Rifiuto di una cultura che si consuma in piedi, in fretta, senza ascolto. Rifiuto di un sistema che usa il cibo per addomesticare il pubblico e neutralizzare ogni possibilità di conflitto o pensiero critico.

L’ultimo A cena è una presa di posizione. È l’atto di chi non si riconosce nella folla, di chi rifiuta la confusione tra nutrimento e contenuto, tra convivialità e consenso. È una denuncia del vuoto che attraversa certi rituali dell’arte contemporanea, dove l’istinto precede la riflessione e il consumo sostituisce l’esperienza.

Foto by Gabriela Hess

 

 

 

 

L'Ultimo A cena, 2020

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Accade spesso che, durante gli eventi culturali, il pubblico rivela con brutalità la propria vera natura. Basta l’annuncio di un rinfresco perché l’arte diventi un pretesto, un alibi decorativo. La massa si compatta, si spinge, si accalca intorno al cibo come davanti a una mangiatoia. Il pensiero si ritira, l’etica scompare, resta l’istinto. La cultura si dissolve nel bisogno primario.

In quei momenti non esiste più differenza tra spazio espositivo e luogo di sopravvivenza simbolica. Il corpo prende il comando, la fame o il suo vizio diventa linguaggio comune. L’opera è ignorata, tollerata, attraversata distrattamente mentre la priorità è occupare una posizione, afferrare, consumare. Il vernissage si trasforma in una prova di forza silenziosa, un esercizio di egoismo collettivo mascherato da socialità.

L’artista sceglie di non partecipare a questo rito. Rimane distante dal banchetto, osserva, aspetta. Essere l’ultimo A cena non è un gesto di modestia, ma di rifiuto. Rifiuto di una cultura che si consuma in piedi, in fretta, senza ascolto. Rifiuto di un sistema che usa il cibo per addomesticare il pubblico e neutralizzare ogni possibilità di conflitto o pensiero critico.

L’ultimo A cena è una presa di posizione. È l’atto di chi non si riconosce nella folla, di chi rifiuta la confusione tra nutrimento e contenuto, tra convivialità e consenso. È una denuncia del vuoto che attraversa certi rituali dell’arte contemporanea, dove l’istinto precede la riflessione e il consumo sostituisce l’esperienza.

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