Qualche volta, la natura imita le azioni dell’uomo
In questa fotografia la natura non appare come origine, ma come conseguenza.
Il cumulo di gusci di cocomero - resti svuotati, corpi senza vita, involucri privati della loro funzione vitale - si dispone nello spazio secondo una logica che non è casuale né “naturale” nel senso romantico del termine. È una composizione che richiama l’atto umano dell’accumulo, dello scarto, della stratificazione del rifiuto.
La natura, qui, sembra aver appreso dall’uomo il gesto della violenza silenziosa.
Il titolo rovescia l’idea mimetica classica: non è l’uomo a imitare la natura, ma la natura a riflettere - come uno specchio deformante - le pratiche predatorie dell’essere umano. Il mucchio di gusci diventa così una scultura involontaria, un monumento all’estrazione, al consumo e all’abbandono. Non vi è traccia dell’atto che ha prodotto questa scena, ma la sua assenza è eloquente: l’uomo non è presente, eppure è ovunque.
Il paesaggio verde sullo sfondo, apparentemente rigoglioso, non offre consolazione. Al contrario, accentua la frattura tra ciclo vitale e ciclo economico. La materia organica non torna alla terra secondo un tempo biologico, ma resta bloccata in un tempo morto, artificiale, quello dello sfruttamento. La natura, costretta a “imitare”, perde la sua autonomia e diventa archivio delle colpe umane.
L’immagine agisce come una prova muta: non denuncia apertamente, non spettacolarizza il disastro, ma lo normalizza visivamente, come accade nella quotidianità contemporanea. Proprio per questo inquieta. Ci mostra un mondo in cui la distinzione tra gesto umano e processo naturale si è dissolta, lasciando spazio a una zona grigia in cui la responsabilità è diffusa ma ineludibile.
“Qualche volta” - suggerisce il titolo - non sempre.
Ma quel qualche volta è già sufficiente per interrogare il nostro ruolo:
se la natura imita l’uomo, allora l’uomo ha già superato il limite in cui l’imitazione diventa condanna.
Qualche volta, la natura imita le azioni dell’uomo
In questa fotografia la natura non appare come origine, ma come conseguenza.
Il cumulo di gusci di cocomero - resti svuotati, corpi senza vita, involucri privati della loro funzione vitale - si dispone nello spazio secondo una logica che non è casuale né “naturale” nel senso romantico del termine. È una composizione che richiama l’atto umano dell’accumulo, dello scarto, della stratificazione del rifiuto.
La natura, qui, sembra aver appreso dall’uomo il gesto della violenza silenziosa.
Il titolo rovescia l’idea mimetica classica: non è l’uomo a imitare la natura, ma la natura a riflettere - come uno specchio deformante - le pratiche predatorie dell’essere umano. Il mucchio di gusci diventa così una scultura involontaria, un monumento all’estrazione, al consumo e all’abbandono. Non vi è traccia dell’atto che ha prodotto questa scena, ma la sua assenza è eloquente: l’uomo non è presente, eppure è ovunque.
Il paesaggio verde sullo sfondo, apparentemente rigoglioso, non offre consolazione. Al contrario, accentua la frattura tra ciclo vitale e ciclo economico. La materia organica non torna alla terra secondo un tempo biologico, ma resta bloccata in un tempo morto, artificiale, quello dello sfruttamento. La natura, costretta a “imitare”, perde la sua autonomia e diventa archivio delle colpe umane.
L’immagine agisce come una prova muta: non denuncia apertamente, non spettacolarizza il disastro, ma lo normalizza visivamente, come accade nella quotidianità contemporanea. Proprio per questo inquieta. Ci mostra un mondo in cui la distinzione tra gesto umano e processo naturale si è dissolta, lasciando spazio a una zona grigia in cui la responsabilità è diffusa ma ineludibile.
“Qualche volta” - suggerisce il titolo - non sempre.
Ma quel qualche volta è già sufficiente per interrogare il nostro ruolo:
se la natura imita l’uomo, allora l’uomo ha già superato il limite in cui l’imitazione diventa condanna.
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nopavilion@gmail.com